I dati provvisori del sesto censimento generale dell’agricoltura, resi pubblici dall’Istat (censimentoagricoltura.istat.it), mettono in evidenza 5 problemi, che quest’articolo analizza dal punto di vista di una cooperativa agricola a produzione biologica che prova a sopravvivere nonostante le regole del mercato.

Il primo è una diminuzione del numero di aziende agricole, del 32,2% negli ultimi 10 anni. Il secondo è l’aumento del numero di capi per azienda (e in particolare di suini e bovini). Il terzo è il crescente utilizzo di terreni fertili a scopi non alimentari, dalla cementificazione alla produzione di energia (biomasse e fotovoltaico a terra). Il quarto la diminuzione della manodopera. Il quinto, infine, il ruolo della politica agricola comunitaria e delle “regole di mercato”. È utile una lettura d’insieme: in merito ai primi due punti, balza all’occhio immediatamente che siano il “mercato e le politiche comunitarie” a spingere -da anni- verso un’economia agroalimentare di scala, secondo l’idea che se aumenta la dimensione dell’azienda e il numero di capi per singolo allevamento l’agricoltore-allevatore è più competitivo. Ma così non è: il reddito pro-capite delle grandi aziende è diminuito, molti grandi allevamenti sono sull’orlo del fallimento, in particolare per quanto riguarda suini e bovini.

È un circolo vizioso: la remunerazione delle produzioni non copre i costi di produzione, costringendo l’agricoltore ad indebitarsi e ad aumentare sempre più le superfici dedicata, la quantità prodotta e il numero dei capi allevati. Questo non porta alla soluzione del problema, ma ne crea un altro: la concentrazione degli animali e il loro aumento ha portato a un inquinamento del territorio oramai insostenibile e molto costoso per  la società, Un esempi: a Mantova ogni abitante ha in carico 7 capi di suini, e le falde che alimentano gli acquedotti sono ad altissimo rischio inquinamento. Inoltre gli incentivi per le “energie verdi” (e siamo al terzo punto) devono far riflettere noi agricoltori e ambientalisti su quanto sia pericolosa la costruzione di impianti alimentati a “biomasse”, che producono energia elettrica utilizzando coltivazioni che dovrebbero essere destinate all’alimentazione umana.

Quando cresceranno i prezzi delle derrate alimentari a forza di sottrarre terreno fertile? Anche gli impianti fotovoltaici devono essere installati sui tetti di case e capannoni, salvaguardando il terreno produttivo. Un altro pericolo per i campi deriva dalla cementificazione: c’è il rischio, ad esempio, che un progetto come quello per l’Expo 2015 cancelli parte degli unici terreni agricoli rimasti vicini a Milano, che sono produttivi e rappresentano un polmone indispensabile per la vivibilità della città. Questo censimento impone un cambio di mentalità: l’agricoltura non è solo “l’arte di produrre alimenti”; è indispensabile per il nostro ecosistema, per mantenere la biodiversità, salvaguardare il territorio, l’ambiente e mantenere Madre Terra per le generazioni future. La terra non è proprietà di nessuno ma serve a tutti. Per questo va rispettata, e per questo mi piacerebbe che il prossimo censimento rilevi anche i dati dei produttori biologici, per confrontarli con gli altri in termini di salvaguardia dell’ambiente e di “redditività sociale”.

Noi produttori biologici, quelli “veri”, coltiviamo con tecniche che non creano inquinamento e quindi non aumentiamo i costi sociali per il disinquinamento. Le politiche comunitarie, invece, incentivano solo gli accorpamenti aziendali in termini di dimensioni, e le coltivazioni agricole industriali, aumentando la quantità e non la qualità. Tralasciano, invece, politiche che incentivino realmente l’agricoltura biologica e biodinamica, tecniche di produzione che garantiscono alimenti sani e possono dare ai giovani la prospettiva di un’impresa economica, sociale e di una dignità lavorativa. Sentirsi attori del proprio e altrui futuro darebbe speranza, contribuendo a fermare l’esodo dalle campagne, a invertire la tendenza del calo occupazionale. Oggi i lavoratori “generici” sono quasi tutti extracomunitari, e l’agricoltura è una delle sacche di sfruttamento di manodopera. I giovani non vogliono più lavorare in campagna perché non dà né prospettiva né reddito.

Un esempio: se un contadino acquista un trattore, il prezzo lo decide chi vende; se il contadino vende il suo prodotto il prezzo lo stabilisce “il mercato”. Che cosa fa allora il contadino? Fa l’operaio, ma con in più il rischio d’impresa. E allora, per quale motivo un giovane dovrebbe intraprendere questa strada? Dal censimento agricolo si evince che l’agricoltore non è più un soggetto che decide il suo presente e il suo futuro.

 

Maurizio Gritta, contadino.
Fondatore di Iris, Società Cooperativa Agricola di Produzione e Lavoro

Fonte: Altreconomia.it – leggi l’articolo originale

 

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